The MAST Collection - PAOLO WOODS, GABRIELE GALIMBERTI The Heavens. Annual Report, 2013
Speciali

Domenica al MAST

Cortocircuiti e vertigini temporali nella nuova mostra “The MAST Collection” che esplora le collezioni della fondazione bolognese

di Kos Tedde

Dopo Foto/industria 2021 dello scorso autunno, di nuovo al MAST per “The MAST Collection. Alfabeto visuale di Industria, Lavoro, Tecnologia”, scelta di 500 immagini tra le migliaia che compongono una raccolta creata a partire dal 2000.

Continua a sorprendere questo spazio avveniristico incastonato in una zona residenziale (Santa Viola) della prima periferia bolognese, quartiere Reno. Per l’accesso sempre gratuito, la cura e l’efficienza del servizio, il nitore degli spazi, la sobria eleganza degli allestimenti, la sollecitudine per i visitatori. Tanto che il confronto con altre situazioni genera una sottile inquietudine: ma è tutto vero?

Thomas Demand, Space Simulator, 2003 © Thomas Demand by SIAE 2022, courtesy of Esther Schipper, Berlin

Come annunciato dal titolo l’allestimento, visitabile fino al 22 maggio, è diviso per “capitoli” scanditi delle lettere dell’alfabeto cui sono associate tematiche e suggeriti concetti: dalla A di “Abandoned” alla W di “Waste”, “Water” e “Wealth”.
Proprio all’ingresso il primo sussulto: tre magnifici paesaggi collinari marchigiani di Mario Giacomelli dalla serie “Memorie della Realtà”. Del resto i nomi mitici non mancano: Man Ray, Ugo Mulas, Sebastiao Salgado, Henri Cartier-Bresson, Edward Steichen, William Eugene Smith, Otto Sander, Dorothea Lange, Luigi Ghirri, Josef Koudelka, Robert Frank fino al David Lynch di “The Factory Photograph” proprio qui in mostra nel 2014.

Ma questa volta conta più l’insieme, la capacità di significare e coinvolgere a partire dall’archivio, il dialogo inedito rivelato dalla scelta e dall’accostamento. Si avverte, più che altrove, la vertigine della messa in scena: il nostro sguardo dentro quello del curatore dentro quello del fotografo dentro quello del soggetto ripreso.

Paolo Woods, Gabriele Galimberti, The Heavens. Annual Report, 2013 © Paolo Woods, Gabriele Galimberti, courtesy of the artists

Qualche impressione tra le tante ricevute: i video “Il Capo” e “Da Vinci”, abissali e spiazzanti, di Yuri Ancarani e  “…Strommes…” di Simon Faithfull che descrive l’abbandono odierno della stazione baleniera antartica di Shackleton; il grande polittico “Buchi neri” di Sven Johne sulla mutazione del paesaggio industriale della ex Germania est; un fenomenale ritratto di camionista – piano americano, torso nudo, posa sbilanciata su un fianco – di Richard Avedon; i magnifici scatti – celebri o anonimi, da inizio Novecento fino, grossomodo, agli anni Sessanta – in cui esalazioni di ciminiere e fumi industriali danno vita a magnifici e spietati bianchi e neri, dove le linee architettoniche delle fabbriche si confondono in prospettiva con il profilo delle abitazioni civili e dei grattacieli delle metropoli o, ancora, quelle che ritraggono i volti delle moltitudini operaie. L’industria (e il lavoro) hanno plasmato paesaggio e immaginario e ora sopravvivono come rovine o si nascondono sotto tutt’altra produzione ed estetica (il colore e poi il digitale, ecc.) di cui peraltro la collezione dà ampiamente conto.

Man Ray, Elettricità. La casa, 1931 © Man Ray Trust by SIAE 2022

Così l’uscita non sancisce un prima e un dopo: un freddo sole di metà febbraio illumina quello che potrebbe essere l’ennesima sezione della mostra (e lo sarà).
Allo stesso modo viene naturale, prima di proseguire lungo la via Emilia, fermarsi poco distante al primo McDonald’s per condividere una “domenica di periferia” che appare in questo preciso momento più essenziale di ogni centro, storico o meno: ragazzi e ragazze, giovani famiglie, persone sole. Provengono da ogni dove e masticano lo stesso pasto.

Ruth Hallensleben, Carbone e carburante sul Rhein-Herne-Kanal a Gelsenkirchen, 1995 © Ruth Hallensleben Archive, courtesy of Anton Laska

Colgo il volto elettrizzato e lieto di una piccola bambina all’arrivo di un Happy Meal. E lo sovrappongo al ricordo di una foto vista poco prima: bianco e nero, un uomo corpulento e baffuto dentro a un reparto, un’officina meccanica, attorniato da macchine, cinghie e pezzi in ferro. Seduto, allatta un neonato adagiato sulle sue gambe sotto lo sguardo compiaciuto di un collega. Dovrebbe averla scattata Robert Doisneau e ha un titolo meraviglioso: “Paternità metallurgica”. Risale al 1974: sono nato nello stesso periodo e quel bambino potrei essere io. Anche a me, infatti, capitava di passare in luoghi simili al seguito di mio padre. E ricordo l’odore dei vecchi torni. Come la bambina felice da Mac probabilmente ricorderà quello del fast food e di questa domenica.


immagine in evidenza: Paolo Woods, Gabriele Galimberti, The Heavens. Annual Report, 2013 © Paolo Woods, Gabriele Galimberti, courtesy of the artists