di Alberto Zanetti
Torna Bfest, la due giorni del Festival della Biodiversità a Reggio Emilia a cura dell’associazione culturale Via Roma Zero. Siamo, dunque, nel cuore della città attorno alla storica via Roma e l’appuntamento è doppio: venerdì 25 settembre spazio ai Btalks in piazza del Popol Giost. Sabato 26 settembre, invece, ecco il Bfest nel verde urbano del parco Santa Maria.
I Btalks, giunti alla seconda edizione, ruoteranno intorno al tema “Convivenze verdi: biodiversità tra campi e città” e permetteranno a tutti di dialogare con ricercatori, esperti, attivisti, politici e cittadini.
Il Bfest, invece, si svolge per il quarto anno e ripropone la sua formula effervescente e sbarazzina con una giornata di attività e incontri, per grandi e piccoli, legati a natura, arte, creatività, piccole soluzioni e grandi temi per immaginare il futuro. E poi musica, mercatini, mostre, ginnastica, teatro, danza, senza dimenticare le molteplici occasioni dedicate al cibo.
Abbiamo parlato di questo originale evento di comunità con Mattia Lucertini, Nicola Murphy e Arianna Cecchi, fondatori di Bfest insieme a Luz Romero e a Marco Appiotti, art director e mente creativa di tanti progetti di Via Roma Zero, scomparso improvvisamente lo scorso autunno.

Come si è evoluto il festival in questi quattro anni? Le “visioni di una città futura” sono cambiate?
Mattia: Secondo me Bfest è cresciuto soprattutto nella consapevolezza di cosa significa fare un festival di biodiversità in un quartiere, e non semplicemente sulla biodiversità. Quattro anni fa forse avevamo un’idea più semplice: portare questi temi nello spazio pubblico e provare a renderli accessibili. Oggi sentiamo molto di più la necessità di mettere in relazione biodiversità, qualità degli spazi, relazioni tra le persone e modo in cui abitiamo la città.
Nicola: Quattro anni fa faceva caldo. Alcuni di noi volevano avviare un dibattito sulla biodiversità come strumento per contrastare il calore urbano. Altri volevano parlare delle diverse comunità di Via Roma e della città. Marco voleva sperimentare con la comunicazione e proporre un progetto stimolante ai suoi studenti di grafica. Tutti noi volevamo qualcosa di un po’ eccentrico, sorprendente e giocoso. È da li è nato Bfest il piccolo festival della biodiversità. Quattro anni dopo, Marco non è più con noi. Forse ora siamo un po’ più seri. Le discussioni sono più urgenti, ma questo è un motivo in più per mantenere un tono giocoso e leggero. Marco sarebbe d’accordo. Via Roma Zero è una piccola associazione creativa, guidata da creativi un po’ pazzi, con sogni stravaganti, fantastici e a volte futili. In qualche modo, l’associazione ha sviluppato un proprio ecosistema, un po’ selvaggio, che nessuno di noi riesce a controllare del tutto. Al suo centro c’è una profonda fiducia nell’idea che creare cose insieme – musica, arte, festival, podcast – sia, in qualche modo, profondamente terapeutico. Per tutti. Anche per chi ci sta vicino.

In che modo hanno influito progetti e sperimentazioni come, ad esempio, House in a Box e Ideathon?
Mattia: Ideathon è stato un tentativo di reimmaginare gli spazi cittadini del futuro più inclusivi e più adatti a un clima che cambia. Un esperimento collettivo per chiederci cosa ci aspettiamo dai luoghi che abiteremo nei prossimi anni. Con House in a Box, l’anno successivo, il processo di immaginazione si è spostato verso un’installazione concreta ed esemplificativa, che invitava a ripensare l’uso degli spazi sfitti del centro storico di Reggio Emilia. Sperimentare ci dà l’opportunità di chiederci “cosa succederebbe se…?” e di giocare con gli scenari. Sono esperimenti, non necessariamente soluzioni definitive. Ma nel tempo ci hanno insegnato che Bfest funziona meglio quando diventa un laboratorio: quando le persone non sono soltanto spettatori, ma possono contribuire a immaginare e sperimentare modi diversi di vivere il quartiere e la città. Poi i Btalks ci hanno permesso di approfondire un tema o un argomento, invitare ospiti ed esperti, coinvolgere il teatro e la musica e quando possibile mangiare insieme, grazie al cibo preparato dai ristorazione del quartiere.

Bfest punta sulla “positività”, sulla possibilità del cambiamento. La nostra situazione quotidiana, invece, sembra davvero fosca e preoccupante: guerre, emergenze, intolleranze… Come si fa in questo frangente ad essere realisti, cioè a chiedere l’impossibile, come si diceva nel ‘68?
Mattia: È proprio quando i tempi sono più bui che diventa importante riuscire a immaginare scenari alternativi, soprattutto nel contesto politico e sociale che viviamo in questi anni. Se guardiamo alla storia umana, i grandi cambiamenti sono stati possibili solo perché le persone che li hanno portati avanti credevano nella possibilità di costruire un futuro diverso e migliore. C’è una bella analogia con il concetto di utopia: l’utopia è come l’orizzonte, puoi camminare quanto vuoi ma non lo raggiungerai mai. E allora a cosa serve? A continuare a camminare. Dovremmo ricordarci che come esseri umani siamo stati capaci di grandi orrori, ma anche di grandi conquiste. E che quando mettiamo insieme capacità, energie e persone diverse, il cambiamento lo rendiamo da impossibile a possibile. È anche il motivo per cui facciamo Bfest. Sappiamo che non cambieremo il mondo (o la città) in un weekend, ma continuiamo a farlo perché crediamo che sia giusto iniziare a costruire, insieme, quel futuro (bio)diverso. Anche perché, in parte quel futuro è più vicino di quanto non sembri: ci sono già persone e realtà che stanno sperimentando modi di abitare, produrre, prendersi cura dei luoghi e della natura, ma che spesso rimangono ai margini. Con Bfest proviamo a metterle in connessione per costruire insieme grandi utopie. Forse oggi l’atto più rivoluzionario è proprio questo: creare relazioni, sinergie e comunità alternative a quelle alle quali, più recentemente di quanto ci rendiamo conto, ci siamo abituati.
Nicola: Si torna ancora all’immaginazione, alla capacità di proporre idee e alla ricerca di soluzioni. Le soluzioni ci sono. E parlare di soluzioni può aiutarci a uscire dall’inerzia. Dopo questa torrida estate, riusciamo a immaginare tetti verdi e corridoi per la biodiversità che siano allo stesso tempo piste ciclabili e sistemi di raffrescamento? Riusciamo a immaginare partnership tra pubblico e privato capaci di trasformare le centinaia di edifici vuoti in spazi di coabitazione o luoghi pubblici? Riusciamo a immaginare un piccolo supermercato fiorente, senza parcheggio, immerso in un bosco urbano che vive in simbiosi con la foresta circostante? Forse non è così facile, allora, “let’s practice!” Bfest cerca di stimolare conversazioni che ci aiutino a vedere e pensare le cose in modo diverso. Senza negare le atrocità in corso, ma concentrandoci su ciò che possiamo affrontare a livello locale e in modo creativo, per migliorare le cose per la collettività.

Tra le tantissime iniziative di questa edizione, qual è la più curiosa, quella che proprio non potete fare a meno di segnalarci in queste due giornate?
Mattia: La sera dei Btalks, sicuramente l’installazione che realizzeremo in Piazza del Popol Giost insieme a FIAB Reggio Emilia, Collettivo Kublai e Italia Impossibile coi materiali di recupero di Remida. Occuperà lo spazio normalmente destinato a un’automobile per mostrare quante cose possono accadere invece nello stesso spazio. È un’azione molto semplice, quasi una provocazione, ma secondo noi racconta bene lo spirito di Bfest: prendere un pezzo di spazio quotidiano e guardarlo con occhi diversi. Come vogliamo usare lo spazio della nostra città?
Arianna: La parte di cultura e spettacolo! Si lascia sempre indietro, come se fosse un “di più”, un’aggiunta “nice to have”, invece tramite la mostre, il teatro itinerante, i travestimenti, raccontiamo storie e contribuiamo ad alimentare quella parte immaginifica che serve per pensare e futuri migliori. Quest’anno chiudiamo la serata con il balfolk! Sono balli che pescano dalla tradizione, da ritmi antichi, che risuonano con tutti noi, che si ballano in gruppo e si possono ballare ovunque, anche su un prato. Sono davvvero emblematici di diversita culturale e comunita locali, due concetti pilastro del Bfest. E sono divertenti!

Avete un fortissimo legame con il luogo che vi ospita: com’è maturato questo rapporto e che impatto hanno le idee del festival nella vita del quartiere quando le luci dell’evento si spengono?
Mattia: La vera sfida è proprio quello che succede quando le luci si spengono. Non vorremmo che Bfest fosse una parentesi di due giorni in cui tutto sembra possibile e poi il lunedì mattina torna tutto come prima. Per questo cerchiamo di costruire progetti che abbiano una continuità: alcune installazioni, collaborazioni, attività nelle scuole, relazioni tra associazioni e soprattutto una rete di persone che continua a lavorare insieme, ritrovandosi una volta l’anno :)
Nicola: Il festival è nato da un terreno già fertile: da anni l’associazione culturale Via Roma Zero lavora nel quartiere attraverso Fotografia Europea Off, residenze d’artista e laboratori con studenti e residenti, creando opere che restano alla comunità. L’associazione gestisce Labart al parco con cinema, musica e laboratori e Bfest è una delle tante iniziative che promuove per portare più vita, amore e presenza nel parco e nel quartiere. In più c’è una rete ricca e colorata intorno: Via Roma Viva, compagnia teatrale ON ART, Spazio Quaranta Nove, Antiche Porte, SPI CGIL, le scuole e la nuova casa comunitaria della parrocchia, per nominarne alcune. Poi il Bfest in quattro anni ha costruito legami con la comunità del quartiere e anche con chi ha partecipato al festival, quest’anno vi prendono parte più di 100 realtà – associazioni, esperti, artigiani, artisti, sognatori – e tutti hanno in mente una città bella, sana e propositiva. Il festival ha instaurato rapporti con numerose realtà locali a Reggio, in Italia e persino all’estero. E quando le luci del festival si spengono, le connessioni e le conversationi “keep going”. Il valore del festival sta nel mettere in rete persone, idee e possibilità.

Qual è il visitatore ideale di Bfest? Quello a cui piace informarsi e scoprire cose nuove? Oppure quello che sta, semplicemente, bene a contatto con le altre persone? O, ancora, quello per cui sognare fa rima con fare?
Mattia: Direi che non ne abbiamo uno ideale. Anzi, Bfest nasce proprio dall’idea che persone molto diverse, ma che vivono la stessa città e gli stessi luoghi, possano trovarsi e stare insieme, magari imparando qualcosa l’uno dall’altro. Può venire chi è appassionato di biodiversità e vuole ascoltare un ricercatore, ma anche chi passa al parco perché ha visto un laboratorio per bambini, chi vuole mangiare qualcosa, chi viene per la musica o semplicemente chi vuole stare con un telo da picnic al sole.
Nicola: Le realtà che ho citato sopra. Tutte quelle persone “sound like ‘our’ people”.
Immagine in evidenza: un concerto serale del Bfest al Parco Santa Maria