Pier Vittorio Tondelli
Speciali

Tondelli, dalla fine

A 30 anni dalla scomparsa e tra gli omaggi di questi giorni, un ricordo del “nostro” scrittore

di Kos Tedde

Quanto ha contato nei primi anni Novanta la scoperta dell’adrenalina – ora feroce ora scanzonata – di “Altri libertini” oppure della grande mappa esistenziale di “Un weekend postmoderno“? Quasi tutto.
Era una scoperta molto privata e solitaria, da adolescenti di provincia, lontani da istituzioni e dibattiti culturali, con alle spalle ormai il divano, la televisione, il decennio precedente.

Pier Vittorio Tondelli, “L’abbandono”

Benedette allora – e oggi – le biblioteche pubbliche dove si poteva trovare esposta tra le novità una copia de “L’abbandono“, uscito due anni dopo la morte dell’autore.
Cosa sarà stato ad attirare il giovane che non sapeva nulla? Quella copertina dallo sfondo viola su cui s’apriva uno squarcio di cielo magrittiano e al cui centro stava quello che sembrava una sorta di bizzarro strumento musicale (una lira?), morbido e di colore fucsia? Chissà… incontri davvero fatali.

E così il nostro Tondelli era postumo. Di lui ignoravamo la vicenda, pure così esposta e concentrata in poco più di un decennio. Dovevamo ricostruirla con i nostri mezzi. 

L’abbandono da questo punto di vista era l’ideale: un messaggio in bottiglia che parlava di libri – propri e di altri – e poi di dischi, persone, posti ed emozioni che – incredibile! – potevano essere le nostre, anche nel buco dove ci trovavamo a crescere.

Pier Vittorio Tondelli, “Un weekend postmoderno”

La ricerca partì con l’urgenza di quei giorni e s’indirizzò ai due capolavori: “Altri Libertini (la prima edizione con gli autostoppisti in copertina…) e un “Un weekend postmoderno“.

Il primo, anche se parlava dal passato, ci prescriveva quello che avremmo in qualche modo affrontato. Dei discorsi sulla sperimentazione linguistica ci interessava poco. Perché quella lingua la sentivamo, aveva il coraggio di nominare i luoghi della quotidianità, diceva: “si può fare anche qui”. Il secondo proseguiva la lezione de “L’Abbandono (anche se era arrivato prima): quanti scrittori abbiamo scoperto e amato grazie ai suoi consigli (Fante, Handke, Burroughs, ecc.). Per non parlare di Smiths, CCCP, Nick Cave o Patti Smith… Non avevamo fratelli maggiori: Tondelli ce ne ha parlato per la prima volta. E ci ha insegnato come raccontare i momenti di noia, entusiasmo, scoramento, la nostra quotidianità senza glamour che altrimenti sarebbe rimasta muta: nella descrizione doveva entrare qualcosa di quello che si era visto/sentito e qualcosa di noi. Il tutto filtrato da un lieve velo, come di malinconia. La stessa che ci sembra di intravedere – osservando le fotografie che circolano in questi giorni – nello sguardo dello scrittore. E che forse, semplicemente, è solo un’altra parola per dire: stile.



foto di Fulvia Farassino