“Cross Vol. 1”, a Reggio torna la “tradizione del nuovo”

Musicisti, scrittori, poeti, fotografi, attori, dj, artisti visivi e multimediali. Sono più di 30 i protagonisti di Cross Vol. 1, l’evento in programma ai Chiostri di San Domenico a Reggio Emilia venerdì 7 dicembre dalle 18 alle 2 di notte.

L’incrocio sarà tra racconti, poesie, musiche, immagini e visioni che hanno dato vita alla Reggio Emilia contemporanea. «Sarà un incontro tra artisti che cercano la propria strada e artisti da lungo tempo in cammino», si legge nella presentazione dell’evento, per riaccendere «l’identità culturale più forte della città di Reggio Emilia: quella della “tradizione del nuovo“, cioè della ricerca e della sperimentazione».

Massimo Zamboni e Angela Baraldi

A cura di Off-Set e dell’Istituto Musicale “Peri”, con la direzione artistica del Collettivo 7 dicembre e in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia, Cross Vol. 1 ospita Massimo Zamboni, sul palco con la cantante Angela Baraldi (foto); Giuseppe Caliceti, poeta e romanziere (foto); Max Collini, scrittore e performer (Offlaga Disco Pax, Spartiti); Olivier Manchion, fondatore degli Ulan Bator

giuseppe caliceti

Nel programma anche Stefano Raspini, uno dei più potenti lettori di poesia italiani che avrà come ospite speciale la poetessa Rosaria Lo Russo, e lo scrittore Pier Francesco Grasselli. Tornando alla musica, ecco Luca Giovanardi e Andrea Scarfone dei Julie’s Haircut, Lorenzo Lanzi dei Giardini di Mirò e Tiziano Bianchi dei Portfolio; il rock di Fausto Comunale e Alberto “Beto” Carrà e il jazz di Renata Tosi e Andrea Papini.

pietro anceschi

In mostra ci saranno i progetti dei fotografi Marco Montanari e Marcello Grassi e degli artisti visivi Lorenzo Criscuoli e Pietro Anceschi (foto). La Compagnia Pietribiasi Tedeschi presenta “Bif”, performance su Corrado Costa con le fotografie di Toni Contiero. In programma Gianfranco Parmiggiani con un video storico culturale ed Elsoyame, performance multimediale di Alì Beidoun (visual artist), Maurizio Crotti Fornaciari (voce e sax), Massimiliano Arriosti (contrabbasso) e Daniele Giuseppe Torresan “Diditix” (live electronics, chitarra elettrica, composer); il collettivo Kom Fut Manifesto/Maffia, tra i più importanti della musica elettronica anni Novanta in Europa. Scenografie e luci sono a cura di Cristian Scarola.

Pronti? Ecco il programma completo con gli orari degli spettacoli. L’ingresso è gratuito.

Festival Aperto 2018

di Alberto Zanetti

Cos’è un passaggio? Un viaggio (magari col pollice alzato), una colonna d’Ercole, un punto di svolta – a volte illusorio, a volte no – un tempo di mezzo, un cambio di ruolo e, naturalmente, “il gol più bello” secondo Eric Cantona. Declinato al plurale, è il nome della nuova edizione di un festival che dal 2008 mette insieme musica, teatro, danza, sperimentazione, memoria, avanguardia, cortocircuiti temporali, percorsi inediti, luoghi della città, venerati maestri, produzioni originali, Italia e resto del mondo. Il passaggio è anche una porta da aprire. Non sapete cosa c’è al di là. Ma indietro non si torna. E allora… non resta che mettere la mano su una delle maniglie…

#1.
Z
Il leggendario Zorro siglava le sue imprese con l’iconica iniziale. Qualche tempo dopo un altro figlio della California, Frank Vincent Zappa, avrebbe replicato il gesto marchiando tutti i pianeti dello scibile musicale novecentesco. Il 12 ottobre al Teatro Valli, a 25 anni dalla scomparsa torna in scena “The Yellow Shark”, l’ultimo album pubblicato, con Peter Rundel, il direttore d’orchestra della prima del 1993. Alla faccia di tutti i sergenti Garcia.


#2.
Gidio!
Simo noi, simo sempre noi. Antonio Rezza e Flavia Mastrella (al Teatro Cavallerizza con “Fratto_X”, il 9 novembre) quest’anno hanno vinto il Leone d’Oro alla Carriera, ma sono ancora i campioni di una Cosa (teatro? cinema? arte visiva? televisione?) crudele, atletica, blasfema, grottesca, terribilmente, colpevolmente, lucidamente comica. Mentre ridete, però, guardatevi le spalle…


#3.
Napul’è
…mille culure, mille paure, nu sole amaro, na carta sporca e nisciuno se ne importa… La città di Pino Daniele era anche quella, tra fine ‘70 e inizio ‘80, di Mario Martone e di una compagnia rivoluzionaria, Falso Movimento. “Tango Glaciale”, che nasceva in questo magma creativo ed esistenziale restituendone un’immagine mai vista, si materializza in questo nostro 2018 (al Teatro Cavallerizza, dal 15 al 18 novembre). A volte, per fortuna, ritornano.

Tango Glaciale


#4.
Il sogno di una cosa
I fantasmi sono di due tipi: quelli che si aggirano per l’Europa e quelli che tornano a visitare i vivi nel corso di notti insonni. L’esperimento profano sovietico è stato l’uno ed è l’altro. Gidon Kremer, il più grande violinista vivente, lo affronta in un’unica serata con la partitura scritta per lui da Luigi Nono, i preludi di Mojsej Vajnberg e le foto di Antanas Sutkus (al Teatro Valli il 22 settembre). Bella Storia.

gidon kremer


#5.
Dio esiste e vive a…
«La morte è un po’ fredda e vi ritrovate a pensare che avreste dovuto portarvi un maglione»: questo il sardonico messaggio che Jaco van Dormael rivolge allo spettatore di “Cold Blood” (al Teatro Cavallerizza dal 27 al 29 ottobre), un esperimento che mette in scena sette piccole storie fatte con le dita della mano e poi proiettate sullo schermo. Non ci aspettavamo niente di meno dall’eccentrico autore di “Toto le héros”. Bien fait!


#6.
Dont’ stop me now!
…il big bang inaugurale con Rava e Bollani (al Teatro Valli il 15 settembre), la produzione originale “O’Supersong” (al Teatro Cavallerizza il 2 novembre), la danza tra hip-hop e arti marziali di Wang-Ramirez (al Teatro Ariosto il 29 settembre e al Teatro Cavallerizza il 4 novembre, foto), il Rebel Quintet di Giovanni Guidi (al Teatro Ariosto il 6 ottobre), la serata Bach di Aterballetto (al Teatro Valli il 19 ottobre), un circo mai visto con Claudio Stellato (alla Fonderia il 4 e 5 ottobre) e… (continua)

Compagnie Wang Ramirez


Festival Aperto. Passaggi. Rivoluzioni – Canzoni
dal 15 settembre al 8 dicembre 2018
Reggio Emilia, Teatro Valli, Teatro Ariosto, Teatro Cavallerizza, Fonderia Aterballetto
Info: www.iteatri.re.it


 

(14 settembre 2018)

Foto principale: Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea, 2007
Foto di Gidon Kremer: Angie Kremer

Chi ha scattato la foto di copertina?

Sir George William P. Bloomsbury Kensington

Abbiamo raggiunto telefonicamente Sir George William P. Bloomsbury Kensington – l’autore della foto in copertina del numero 83 di TIPO – per porgergli alcune domande sul suo metodo di lavoro e altre curiosità. Sir George aveva fretta, visto che stava per iniziare il bridge con gli amici, quindi abbiamo deciso per tre domande tre.

Cosa ti ha ispirato nello scattare questa foto?
Era una giornata di meraviglioso e sferzante libeccio, un vento che può fare impazzire i cristiani e forse anche altri monoteisti e a me sembrava che i due anziani lì sul lungomare fossero sull’orlo di una crisi di nervi e che potessero collassare da un momento all’altro e allora mi sono sbrigato a fare la foto, prima che crollassero. Nel frattempo c’era tutto un traffico pedonale interessante e leggermente anarchico, che contrastava i due anziani e l’altra coppia che pareva più a suo agio.
Devo dire comunque che mi sbagliavo, i due anziani non sono crollati e sospetto che siano ancora là.

Cos’è, per te, la fotografia?
Fotografare per me significa semplicemente take one, buona la prima, sempre.
Una foto come sospiro trattenuto per l’eternità e infatti ci sono foto che se le guardi ti manca un po’ il respiro, no?

La tua foto ti piace anche sulla copertina di TIPO o te l’abbiamo rovinata?
Devo ammettere che me l’avete un po’ rovinata, ma devo anche ammettere che mi ha fatto piacere il vostro interessamento e che interessandovi al mio lavoro mi abbiate mostrato un vostro buon gusto che se devo dire la verità non ero così sicuro vi appartenesse.

 

L’Appennino lo dice meglio

Queste cose Facebook non ve le dice, o se lo fa, comunque i manifesti lungo le strade e nelle bacheche di legno lo dicono meglio, secondo noi. Siamo andati sull’Appennino modenese, a Pavullo nel Frignano e a Montecreto per la precisione, per documentarci direttamente sul territorio e scoprire quel che succede intorno a Ferragosto, tra sagre (molte sagre), concerti, pranzi della Resistenza, feste della birra e mercati in arrivo da Forte dei Marmi.


Nella bacheca della Borella a Montecreto troviamo la locandine del Festival di musica e canto popolare “Le Cante”, in programma presso l’ex cinema Oriens, con i concerti di Sara Marini Quartetto e Calicanto (8 agosto), “Raccontiamoci. Una promessa non mantenuta di Carlo Beneventi” e il concerto di Nando Citarella e Tamburi del Vesuvio (9 agosto), e ancora i concerti di Dolores Picasso e Mi Linda Lama (10 agosto). In programma anche la quinta edizione di Montecreto in mostra, dal 7 al 17 agosto in via Roma 170, con i dipinti di Gabriella Guerra, le ceramiche di Milena Bulgarelli, le creazioni di Grazia Bastelli, gli oggetti in legno di Stefano Antoni, i disegni di Chiara Cappellini e Dones e le sue fiabe del bosco.

Festa provinciale ASEOP PavulloAlla Festa provinciale ASEOP di Pavullo, venerdì 10 agosto Giovani Talenti in concerto e Soundtrack by Voxtone; sabato 11 agosto grande festa in piazza per celebrare i 30 anni di ASEOP – Associazione Sostegno Ematologia Oncologia Pediatrica, con i concerti di District Line e Combriccola del Blasco, la cover band ufficiale di Vasco Rossi; domenica 12 agosto Solidarity Moto, secondo motoraduno solidale del Frignano e il concerto di Lui e gli amici del Re, cover band di Adriano Celentano.

Festa della birra di SassostornoLa Festa della Birra di Sassostorno, frazione di Lama Mocogno, torna per la ventiduesima edizione dal 9 al 12 agosto. In concerto High Heels, Orghibros, Super U e Claudio Nanni.

Bacheca ANPI di Pavullo
Nella bacheca dell’ANPI di Pavullo si annuncia il Pranzo della Resistenza all’Agriturismo “Il Cerro”, in programma domenica 19 agosto all’interno della Festa d’Estate. Alle 11.30 si parte con l’aperitivo e il Coro Violenti Piovaschi.

Sagra della B.V. del VotoA San Dalmazio di Serramazzoni dal 10 al 12 agosto arriva la Sagra della B.V. del Voto. Il programma musicale offre Daniele Mei (10 agosto), l’Orchestra La Storia di Romagna (11 agosto) e l’Orchestra Lucchi Venturi (12 agosto). E poi, tutte le sere, gastronomia, giochi, pesca, lotteria.

Sagra di OspitalettoDopo Ferragosto ecco la Sagra di Ospitaletto, dal 17 al 19 agosto. Il 18 agosto arrivano I monelli e poi, anche se non è specificata la data, con ogni probabilità I figli di nessuno.

Il Mercato del Forte
Ed eccoci allo shopping. Il noto mercato di Forte dei Marmi – il più famoso d’Italia, si legge nel manifesto – fa tappa a Montecreto (domenica 12 agosto) e a Pievepelago (mercoledì 15 agosto). Non banchi, ma boutique a cielo aperto.

Sagra della Madonna del Rosario a MonteobizzoA Monteobizzo, a Pavullo nel Frignano, siamo arrivati lunghi per la Sagra della Madonna del Rosario e ci siamo persi il Family Fest, I figli di nessuno e Insieme per caso.

Buone sagre e buon Ferragosto, ovunque voi siate.

Her Skin e la ricerca della felicità

di Alberto Zanetti

Ha 22 anni, canta in inglese ma è emiliana. Scrive canzoni folk delicate, intime, sognanti e a febbraio è uscito il suo album d’esordio, Find a Place to Sleep. In occasione del concerto a Correggio per la rassegna gARTen, in programma domenica 24 giugno 2018, abbiamo parlato con Sara Ammendolia, Her Skin, dell’importanza del passato, del rapporto con la provincia e dell’etichetta che ha fondato.

Sei in viaggio insieme al tuo album che è anche il primo… Come è stata questa “prima volta”? Sei diversa ora o pensi, semplicemente, al prossimo?
Non mi sento diversa. Il primo vero e proprio album è qualcosa di molto importante credo. Ho dedicato tanto amore e tanto tempo a questo disco e ci sono molto affezionata, sono contenta di poterlo portare in giro. In ogni caso comunque sto già scrivendo nuove canzoni (ride, ndr).

Il tono delle tue canzoni è molto definito: malinconico, atmosferico, intimo… è il tuo normale modo di esprimerti, un’attitudine che ti piace anche in altri artisti (come un genere…) o c’è qualcosa di più personale?
Diciamo che è il modo in cui mi viene naturale scrivere, non so perché. Ci sono tanti artisti che ascolto e ammiro che adottano questo stesso approccio come Daughter o Fenne Lily ma non è stato nulla di troppo voluto o ricercato. Ho provato anche a fare cose diverse ma proprio non ci riesco. Magari poi in futuro cambierà, chissà.

 

compilation di dita di @marcoarmandoalliegro

Un post condiviso da HER SKIN (@herskinmusic) in data:

La tua “vocazione” è nata durante un viaggio a Londra e canti in inglese. Ma qual è il tuo rapporto con il mondo in cui sei cresciuta. Cioè la famigerata, vituperata, idealizzata provincia (emiliana)?
Credo che senza la mia amata provincia sarebbe stato quasi impossibile per me iniziare e continuare a suonare. Sono molto contenta della realtà che mi circonda, abbiamo tanti festival in Emilia e tanti artisti che per me valgono tanto. Ne vado molto fiera!

Potrei/dovrei chiederti quali sono le tue influenze, cosa ascolti… Ma preferisco domandarti: per te dove inizia la storia della musica, la tua almeno? Sapere che c’è stato qualcuno prima ha ancora un senso? Oppure ognuno fa quel che vuole – come, dove, quando può – e ciò che conta sono esclusivamente il momento e le sensazioni?
La mia storia della musica inizia dagli Oasis (ride, ndr). Nel senso che è da lì che ho iniziato ad ascoltare musica. Poi i classici: i Beatles, i Clash, i Rolling Stones, i Kinks… Non in questo ordine. Da lì poi ho iniziato a scoprire cose diverse, ora ascolto davvero di tutto ed è bello così secondo me. Non bisogna limitarsi, scoprire cose nuove è stimolante. Conoscere quello che c’è stato prima è importante tanto quanto sapere cosa sta succedendo ora.

 

ho un nuovo impermeabile 📹 @marcoarmandoalliegro

Un post condiviso da HER SKIN (@herskinmusic) in data:

Sei giovanissima, ma hai già creato – insieme ad altri – un’etichetta. Cosa vi piace? Chi cercate?
La nascita di Tempura Dischi è stato qualcosa di molto spontaneo e organizzato tra amici. Siamo nati con l’intento di sostenere la musica indipendente modenese ma con il tempo si sono aggiunti artisti che vengono da… un po’ dappertutto. Non cerchiamo nulla di particolare, se non di continuare ad aiutare e alimentare queste piccole realtà.

“Find a Place to Sleep”… L’hai trovato questo posto? Cos’è per te dormire? Dimenticare, sognare, fuggire, essere o mettersi al sicuro?
Diciamo che in questo disco per me “dormire” è trovare un posto sicuro e felice in cui restare. Smettere di spostarsi e smettere di cercare sempre qualcosa. Non so se l’ho trovato, non credo, ma comunque questa ricerca mi ha portata fin qui quindi sono contenta e ti dirò, forse preferisco così.

(21 giugno 2018)

 

(foto in evidenza di www.leilaura.com)

 


Info: www.herskin.tumblr.com

Siamo andati all’Area Sismica di Forlì a vedere il concerto di Elio Martusciello, Francesco Giomi e Stefano Costanzo

di Alberto Zanetti

Sempre bello tornare all’Area Sismica dove hanno ancora un senso e stanno insieme cose e concetti che sembrano ormai estinti o, irrimediabilmente, a pezzi: libertà, ricerca, leggerezza, cortesia, intelligenza, lavoro, scommessa…

E poi la magnifica campagna forlivese verso la collina, verdissima e con una grande luna piena a salutare la fine del concerto. O meglio, del viaggio di circa un’ora offerto da Elio Martusciello, Francesco Giomi e Stefano Costanzo con la loro improvvisazione elettroacustica fatta di cacofonia e silenzi, fisicità e caso. I tre hanno curriculum da elenco telefonico, ma sono lì – umili, tesi e appassionati – a pochi metri da noi.

Un concerto a più movimenti cuciti assieme da cenni, frammentazioni e caos. I tre si regolano con rapide occhiate: accenni di piano, eruzioni industriali, trame elettroniche, archi sfregati, scampanellii… Ambientazione rurale, ma suono da shock urbano, antidoto allo storytelling totalitario di questi tempi. La batteria è un corpo senza organi, Costanzo un prestigiatore-giocoliere.

L’oscurità della sala amplifica la coinvolgente drammaturgia e ci ricorda che da questi parti pubblico e ascoltatori tendono a non coprire la musica con sbicchiaramenti, chiacchiere e piagnistei.

Emozioni, riconoscenza, applausi e poi delle ottime penne agli asparagi: sì perché qua si chiude sempre con una pasta gentilmente offerta. Grandi.

PS: da non perdere la chiusura di stagione con Rob Mazurek del 12 maggio in attesa degli appuntamenti estivi…

(7 maggio 2018)

 


Info: www.areasismica.it – www.facebook.com/areasismica

“Lemon Therapy”: sesso, adolescenza e comicità nel nuovo spettacolo di Quinta Parete

di Alberto Zanetti

«I giovani di oggi sono complessi, ogni accadimento è vissuto con tormento, passione, coinvolgimento totale». Figuriamoci quando il tema è il sesso. Di questo argomento da niente parla Lemon Therapy, la nuova produzione di Enrico Lombardi di Quinta Parete, in scena insieme ad Alice Melloni con un testo di Chiara Boscaro e Marco Di Stefano.

Lemon Therapy è una commedia che nasce da una ricerca durata sette mesi, fatta di interviste, incontri e laboratori con ragazzi dagli 11 ai 20 anni, i loro genitori e gli insegnanti. Un percorso svolto insieme da Enrico Lombardi e Alice Melloni che hanno poi consegnato il materiale raccolto agli autori Chiara Boscaro e Marco di Stefano. 

In occasione dell’anteprima di Lemon Therapy, sabato 21 aprile 2018 al Teatro De Andrè di Casalgrande (RE), abbiamo intervistato Enrico Lombardi e Alice Melloni.

Come è avvenuto l’incontro con gli autori Boscaro e Di Stefano? La modalità dell’indagine usata per costruire il testo è interessante…
Chiara e Marco sono nostri amici e colleghi, sono drammaturghi che stimiamo e che abbiamo incontrato più volte in occasione di spettacoli e festival. La drammaturgia è parte fondamentale di uno spettacolo e tutto il materiale che in questi mesi abbiamo raccolto, tra laboratori e interviste con adolescenti e genitori, meritava una cornice testuale che facesse emergere il più possibile la vastità di aspetti che il tema del sesso in età adolescenziale contiene. Inoltre, era da tempo desiderio di Chiara e Marco misurarsi con un testo per ragazzi, l’idea del nostro spettacolo è stata occasione per entrambe le compagnie di realizzare un progetto dedicato a questa fascia d’età.

Il sesso è un argomento come un altro da portare in scena?
Nessun argomento è come un altro, ogni tema necessita di riflessioni ed intenzioni precise per essere affrontato, a volte si pensa e scrive uno spettacolo perché è quasi l’argomento stesso che ti viene a cercare, che per il tuo vissuto magari ti tocca e ti interessa profondamente. Il tema del sesso fra gli adolescenti non ci è solo capitato, lo abbiamo scelto, ritenendolo un argomento fondamentale oggi più che mai, in quanto gli adolescenti del nostro tempo sono i primi a doversi misurare con questa fortissima cultura del corpo che viviamo oggi, la rivoluzione tecnologica e mediatica, la facilità d’accesso ad informazioni, video, ecc., la crescente difficoltà nel relazionarsi con gli altri nel mondo “reale”.

 

Quale parola scegliereste per descrivere i giovani che “parlano” attraverso questo spettacolo?
I giovani di oggi sono “complessi”, come il mondo in cui vivono. Ed essendo adolescenti sono anche pieni di complessi, nel senso che sentono al massimo ogni cosa che succede, ogni accadimento è vissuto con tormento, passione, coinvolgimento totale. Ci tenevamo a portare in scena questa complessità, stando attenti a non imitare, scimmiottare, sminuire nessuno dei loro comportamenti, perché è il loro mondo e loro lo vivono e vi reagiscono spontaneamente, ci siamo volontariamente astenuti da ogni giudizio perché ognuno affronta e supera l’adolescenza a modo suo.

Qual è lo spazio oggi per un teatro che non sia di repertorio o sperimentale (forse un’altra forma di repertorio, ormai), ma lavori sui testi e sull’attuale?
Un teatro come quello che cerchiamo di fare in questo spettacolo tenta di misurarsi con il sistema culturale di oggi, un sistema ingolfato che risponde a logiche di mercato desuete e che sembra non riesca a far presa sulle nuove generazione. Il testo e la messa in scena sono pensati per gli adulti e per i giovani e sono stati ideati per essere allestiti non solo nei teatri ma anche in luoghi diversi: scuole, palestre, auditorium, palchi montati all’aperto, in modo da raggiungere più pubblico e più età possibili.

Quest’anno ricorrono i 50 del Sessantotto… Fu vera rivoluzione (sessuale)? Ce ne siamo dimenticati?
Noi nel ’68 non eravamo nati, di tutto ciò che è stato conquistato socialmente ne abbiamo vissuto inconsciamente e spontaneamente i frutti anni dopo. Oggi non ce ne siamo dimenticati ma siamo di fronte ad una difficoltà enorme nell’imparare dal passato per vivere meglio il futuro, e i ragazzi di oggi hanno le loro personali rivoluzioni da affrontare e come ogni generazione prima di loro devono trovare un modo originale per crescere, diventare adulti e cambiare ciò che non condividono del mondo.

(21 aprile 2018)

 


Info: www.quintaparete.org/antemprima-lemon-therapy

Fotografia Europea 2018: Allons enfants!

di Alberto Zanetti

Per Galilei doveva attenersi ai fatti. Per Robespierre essere virtuoso. Per Rimbaud avere visioni. Per Lenin sfrecciare su un vagone piombato. Per Chaplin farsi crescere i baffetti. Per Elvis ancheggiare. Per il Che non perdere la tenerezza. Per Cruyff giocare a tutto campo. Enigmatico quid del rivoluzionario: può trovarsi ovunque, apparire casuale, sembrare strano e incongruo. Ma poi balena, come un flash, e cambia tutto: rovescia il tavolo, dà scaccomatto, riscrive le regole, “abolisce lo stato di cose presenti”. Basta riconoscerne scatti, pose, istantanee. E allora che aspettate? In marcia per le strade di Fotografia Europea. Perché la rivoluzione non russa e non aspetta…


#1.
Net
Un bel film di Woody Allen si apriva con il primo piano di una palla in bilico sul filo di una rete tennistica. Il celebre sociologo Evgenij Morozov (20 aprile alle 17 in Piazza Martiri del 7 luglio) si occupa di un’altra Rete, ma vi potrà comunque dire da quale delle due parti cadrà la sfera: controllo, oligarchia e barbarie? Libertà, democrazia, ottimismo? Philip K. Dick o Steve Jobs?

Evgenij Morozov


#2.
La voglia matta
Gli eroi “son tutti giovani e belli”, diceva il cantautore. O, almeno, hanno stile: e voi? Qualche consiglio in arrivo da Nina Zilli con lo show “Pensiero stupendo” (venerdì 20 aprile alle 21.30 in Piazza San Prospero) e dall’icona del cinema italiano anni ‘60, e molto altro, Catherine Spaak (sabato 21 aprile alle 17 in Piazza Martiri del 7 luglio). Perché il sol dell’avvenire avrà tinte rosa.

Nina Zilli


#3.
Light My Fire
Amore libero, contraccezione, Eros e Civiltà, cavalca il serpente, “sì voglio Sì”, Gola Profonda, “L’utero è mio”, Porci con le ali, Le Ore, Tropico del cancro, minigonna, frusta, vibratore, Freud, Ultimo tango, “Je t’aime, je t’aime. Oh oui je t’aime”… A Palazzo Magnani c’è Sex & Revolution! Arrossiti?


#4.
On the road, again
”Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada”, anelava Kerouac. Ma, Jack, la strada non finisce mai… Basta chiedere al venerato maestro Joel Meyerowitz (in mostra a Palazzo da Mosto e il 21 aprile alle 12 in dialogo con Francesco Zanot in Piazza Martiri del 7 luglio) che ha creato un mondo nuovo grazie alla fotografia a colori e alle vie piene di cose e genti di New York: dai Sixties alla devastazione di Ground Zero.

Joel Meyerowitz


#5.
Internazionale Futura Umanità
L’Iran ai Chiostri di San Domenico, i tratti di costa dal Pacifico all’Adriatico di Mishka Henner (Banca d’Italia), la Cina tra antichità e turbosviluppo di Luca Campigotto (Sinagoga), il viaggio nell’isolamento siberiano di Clément Cogitore (Spazio San Rocco)…

Luca Campigotto


#6.
Finis Russiae
Avete il coraggio di tenere gli occhi aperti di fronte all’accecante tramonto dell’utopia? Allora potete andare a vedere Motherland di Danila Tkachenko (via Secchi): l’immagine più iconica di questa edizione – una casa in fiamme nella notte della steppa sterminata – è sua.


#7.
Ventrali
Hanno saltato l’ostacolo in modo differente dagli altri ricordandoci il gusto della cinnamon, Jarmila Kratochvílová, Alberto Juantorena e quanto sono “sensibili” i neo-fascisti, ecc. Ora la storia degli Offlaga Disco Pax – tre dischi, ammirazione e affetto in tutta la Penisola – è diventata un libro con le foto di Fabrizio Fontanelli. Il Comitato Centrale esige di intervenire alla presentazione di domenica 22 aprile in Polveriera, ore 18.

Offlaga Disco Pax


 

(17 aprile 2018)

 


Fotografia Europea – Europea. Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie
dal 20 aprile al 17 giugno 2018
Reggio Emilia, luoghi vari
Info: www.fotografiaeuropea.it

Crediti foto
Foto in evidenza © Danila Tkachenko
#2 © Toni Thorimbert
#3 © Angelo Frontoni
#4 © Joel Meyerowitz
#5 © Luca Campigotto
#7 © Fabrizio Fontanelli


 

This Life Denied Me Your Love. Intervista a Giorgio Tuma e Lætitia Sadier

di Alberto Zanetti

C’è da ringraziare un po’ Facebook se oggi possiamo goderci il frutto della collaborazione tra Giorgio Tuma, uno dei talenti italiani più apprezzati all’estero, e l’ex Stereolab Lætitia Sadier che recentemente ha prestato la voce per due brani di This Life Denied Me Your Love, il quarto album di Tuma. Un gioiello crepuscolare di folk acustico/psichedelico, talvolta su soffice tappeto elettronico, a cui hanno collaborato anche, tra gli altri, Michael Andrews, Matias Tellez, Matilde Davoli e Populous.

L’incontro tra Giorgio Tuma e Lætitia Sadier è avvenuto attraverso la rete ma mercoledì 23 novembre a Reggio Emilia Red Noise presenta la prima data di un nuovo tour che li vedrà fianco a fianco. In attesa del loro concerto al Circolo Arci Tunnel, li abbiamo intervistati.

Con Giorgio abbiamo parlato di canzoni nate per corrispondenza, di Salento, Pharrel Williams e colonne sonore. Laetitia, invece, ha lanciato subito un’idea niente male: Facciamo la rivoluzione, e partiamo da Reggio Emilia.

claudio tuma

Molte collaborazioni di This Life Denied Me Your Love sono nate per “corrispondenza”? Caso, necessità, un segno dei tempi?
Giorgio Tuma: Tutte e tre le cose. Ovvio che se avessi avuto la possibilità di collaborare con Michael Andrews direttamente a Los Angeles, o con Matias Tellez a Bergen l’avrei fatto subito… eheh è un disco costruito quasi tutto con scambio di mail e file, anzi diciamo 50 studio e 50 file inviati.


Tu vieni dal Salento. “Lu ientu, lu sule, lu mare”: odio e/o amore?
Giorgio Tuma: Non saprei risponderti a questa domanda. Da piccolo, per tanti motivi, ho molto sofferto vivere nel posto in cui avevo ed ho la casa. Anche se i problemi economici, sociali e ambientali continuano, ora la qualità della vita è migliorata, non posso negarlo. Ma non posso non aggiungere che se avessi avuto il dono della scelta avrei preferito nascere e vivere in Nord Europa.

Al di là dei nomi che di solito si associano a te (Nick Drake, Sufjan Stevens, Jim O’ Rourke, ecc.), quale l’idea di musica che ti ha segnato e formato?
Giorgio Tuma: Non mi sono mai fatto problemi ad ascoltare qualsiasi cosa. ad esempio, adoro Pharrell Williams per la sua grandezza di musicista e produttore, in teoria distante dal mio approccio musicale ma se si guardano le cose con più attenzione, non così distante come potrebbe sembrare. Siamo tutti e due uniti da una passione per gli Stereolab e ciò si sente molto bene nelle produzioni dei Neptunes e i dischi dei N.E.R.D, esattamente come nelle mie canzoni. La musica è una questione di prospettive personali e sentimenti da esternare.

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Per un filosofo celebre e baffuto la bellezza “è una soave stanchezza serale” che si posa sul volto della natura… Cos’è per te la malinconia? Che ha rapporto ha con la tua musica?
Giorgio Tuma: È qualcosa di sedimentato dentro, volente o nolente me la porto dietro e rientra in tutto ciò che scrivo.

Molti dei testi delle tue canzoni sono scritti da Alice Rossi? Puoi parlarci di lei? Come funziona la vostra collaborazione?
Giorgio Tuma: Mi conosco con Alice dai tempi del Liceo. La collaborazione è iniziata quasi per caso, le chiesi di provare a scrivere un testo in inglese su delle melodie vocali che avevo registrato, da lì è nato qualcosa di magico e naturale tra la mia musica e le sue parole, una magia che si è protratta per quattro dischi e tre 7″.

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Fai del folk, ma sei un grande fan di Piccioni e Morricone. Qual è il legame? Ti piacerebbe scrivere la colonna sonora di un film?
Giorgio Tuma: Quando scoprii la musica dei compositori italiani mi si aprì un mondo stupendo. Ricordo che appena ventenne, ho vissuto un periodo in cui una mia preoccupazione era di trovare i soldi necessari per ordinare il numero successivo di Easy Tempo, una collana di dieci uscite con dentro la migliore library music italiana e gioielli scelti da colonne sonore con una cura e un amore unici. Ma se ti devo dire un nome, quello è Piero Piccioni. I suoi archi li riconosco dopo due secondi, ho ascoltato quasi tutti quello che ha scritto, la sua sensibilità musicale è una delle cose più care che ho.

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Incidi per un’etichetta spagnola, sei un oggetto di culto in Giappone, canti in inglese… scusa, ma l’Italia?
Giorgio Tuma: Rispetto ai primi tre dischi qualcosa con TLDMYL si è mosso, ma è davvero troppo troppo poco, perché la musica richiede tempo, denaro e una dedizione incredibile e ad oggi posso affermare che lo sforzo non vale l’impresa. Perché non si vive di riconoscimenti, ahimè, e per carità, non oserei neanche pensarlo “vivere di musica” (“uno su mille ce la fa”, direbbe qualcuno). Io dico solo che è tutto abbastanza mortificante e con questo passo e chiudo.

Mentre stavamo scrivendo queste righe è arrivata la notizia della scomparsa di Leonard Cohen…
Giorgio Tuma: Il 2016 è stato un anno buio per la musica, da dimenticare.


 

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Non è la prima volta che vieni in Emilia… ti piacciono questi luoghi nebbiosi?
Lætitia Sadier: Questà sarà la mia terza volta a Reggio Emilia. La prima e la seconda volta che sono venuta – al REC festival nel 2007 e al Teatro Sociale di Gualtieri a maggio 2016, ndr – mi è piaciuta. È una piccola città molto attraente dove le rivoluzioni possono riuscire al meglio! Naturalmente la storia politica aiuterebbe molto. E noi sappiamo quanto abbiamo bisogno di una politica sana oggi, per dare senso all’assurda situazione mondiale in cui viviamo. Reggio Emilia sarebbe un buon punto di partenza, da lì l’idea quasi perduta di rivoluzione potrebbe diffondersi al resto del mondo.

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Come hai incontrato Giorgio Tuma e la sua musica?
Lætitia Sadier: Giò mi ha chiesto su FB di cantare una delle sue canzoni. La stessa settimana la sua etichetta mi ha spedito un’enorme borsa piena di cd dei loro artisti… Giò ha fatto molto per me. Sono stata subito affascinata e gli ho risposto che avrei cantato Anna My Dear, la prima canzone che mi ha scritto. Ne sarebbero seguite altre tre: Through You Hands Love Can Shine, Release From The Center Of Your Heart, Maud Hope che eseguiremo dal vivo insieme il 23.

Che direzione ha preso la tua musica negli ultimi anni?
Lætitia Sadier: Non lo so con precisione. Voglio che la mia musica mi rifletta, e trovare me stessa attraverso di essa, e la musica attraverso me. Si va sempre più in profondità credo. Si tratta di un’esplorazione piuttosto che una direzione.

Le tue canzoni si occupano spesso di politica e società… Quali sono le tue sensazioni rispetto alla situazione attuale?
Lætitia Sadier: Se me lo chiedi oggi… Credo che forse ora che abbiamo di fronte la Brexit e Trump come presidente degli Stati Uniti, fondamentalmente due eventi politici catastrofici… Vedo che la gente si sta un po’ svegliando dallo stato di ipnosi, e sta pensando di reagire e prendere in mano la situazione. Dobbiamo apportare cambiamenti profondi nel modo in cui le nostre società sono organizzate, e gli esseri umani reagiscono solo di fronte a una crisi profondo, a uno shock. Forse questo è il tempo per “le persone comuni” (di cui non fanno parte le elite finanziarie, ad esempio) di cambiare le cose e prendersi responsabilità per il nostro futuro.

La prima canzone che ho sentito cantata da te dopo gli Stereolab è stata Bonnie & Clyde dei Luna. Sono passati vent’anni… Cosa ti ricordi di quella bellissima versione?
Lætitia Sadier: L’ho sentita quest’estate su una radio locale francese. È stato sorprendente scoprire come suoni ancora fresca e scura. Non ricordo molto a dire il vero, a parte lo studio a New York City, in un posto buio e squallido, all’epoca NY aveva ancora qualcosa in più… Luna e Stereolab erano compagni d’etichetta…

(17 novembre 2016)

 


Sul web
Giorgio Tuma 
Lætitia Sadier
Giorgio Tuma w/Lætitia Sadier (Stereolab) ~ Red noise / Tunnel (23 novembre 2016)
This Life Denied Me Your Love. Interview with Giorgio Tuma and Lætitia Sadier (in inglese)

 

Clap! Clap! Intervista a Cristiano Crisci

di Alberto Zanetti

Sperimentazione etnomusicale che si balla. Questo fa il produttore toscano Cristiano Crisci, titolare del progetto Clap! Clap!: campiona suoni tribali e percussivi provenienti da parti del pianeta molto distanti tra loro come Africa, Mongolia, Siberia e li immerge in un contesto sonoro elettronico. Il risultato è una musica raffinata, immediata e divertente. E di questo si sono accorti in tutto il mondo.
In vista della sua partecipazione al Barezzi Festival – sabato 5 novembre al centro congressi dell’Auditorium Paganini di Parma, insieme a Gold Panda ed Eu Bòlos – abbiamo raggiunto Cristiano Crisci per parlare del nuovo album in uscita a febbraio (sotto trovate un estratto di un nuovo brano), della collaborazione con Paul Simon, della ricchezza del nostro patrimonio di suoni, dell’importanza di viaggiare e del pubblico più sorprendente del mondo. Insomma, di un sacco di cose.

Paul Simon, che ti ha voluto come collaboratore nel suo Stranger to stranger, è rimasto “folgorato” dai tuoi dischi: come ci sente ad essere uno dei “pezzi” italiani da esportazione più pregiati?
Non penso di essere pregiato :) Penso al contrario di avere fin troppi difetti, ma probabilmente sono proprio loro che mi salvano la vita ogni giorno! Lavorare con Paul Simon è stata comunque un’esperienza indimenticabile a livello umano soprattutto. È stato molto bello incontrarsi e sopratutto confrontarsi. Le nostre collaborazioni hanno dato infatti vita a quello che possiamo chiamare “un ponte tra la vecchia e la nuova scuola” su quello che è il fiume della sperimentazione etnomusicale.

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Quando si parla dei tuoi album la parola che ricorre di più è tribalismo. Ma per te cos’è “tribale”? Un sinonimo di “etnico”, un genere musicale, un’attitudine estetica, un approccio cosmico?
Penso sia la parola giusta. La maggior parte delle ricerche sonore del progetto è stata concentrata sui ritmi di culture che, per la maggior parte, hanno un sistema sociale costituito da tribù. Dalla Siberia, all’Alaska fino agli aborigeni australiani, passando per la madre Africa, qualsiasi popolo in passato ha spesso espresso il proprio legame con la terra con cerimonie e riti legate al ritmo. Per me è un linguaggio che appartiene al nostro pianeta ed è la maniera con cui preferisco esprimermi al mondo intero.

Non ti piace solo visitare altri paesi – Africa, Mongolia, Siberia… – ma anche un’Italia da (ri)scoprire (abbiamo letto che hai registrato una session nei boschi dell’Appennino intorno a Firenze). Cosa significa “viaggiare” per te e la tua musica?
Sì, infatti, mi piace molto viaggiare, soprattutto fuori dall’Europa. Negli Appennini intorno a Firenze purtroppo non c’è molto da registrare. Ho approfondito molto la mia ricerca nel sud. Come già fece Alan Lomax e soprattutto come fece De Martino e come per fortuna ancora oggi qualcuno fa, cerco di salvaguardare un patrimonio che, se nessuno conserva, rischia di andare perduto, come già è successo per tante fiabe, filastrocche e canzoni popolari dei nostri antenati… oggi dimenticate. In Italia abbiamo molti strumenti nativi di cui non si parla mai. Dalle pietre musicali di Pinuccio Sciola alle Launeddas sarde, fino all’organetto abruzzese, abbiamo miriadi di strumenti nativi del posto. Stessa cosa per i lamenti o per gli stornelli. La cultura musicale di questo paese è veramente senza fine. Viaggiare significa tanto per me. La maggior parte dell’ispirazione proviene dai viaggi che faccio.

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Il progetto Clap! Clap! sembra rappresentare una precisa e raffinata idea di cosa possa essere la musica oggi ma anche immediatezza e divertimento. Ti ci ritrovi?
Grazie, sì, molto. Ho lavorato a lungo per trovare una coerenza musicale ed uno stile unico, ed è la cosa che ancora oggi continuo a consigliare a qualsiasi persona nella vita. Penso sia essenziale, soprattutto al giorno d’oggi riuscire a sperimentare nella migliore delle maniere. La musica è un linguaggio. Con la musica si comunica ed è giusto che ognuno dica quello che ha da dire nella maniera che più lo rispecchi.

Puoi anticiparci qualcosa del nuovo album “A Thousand Skies” che uscirà il prossimo febbraio?
Nella famiglia Black Acre si sta davvero bene. Warp cura il publishing e lo fa senza dubbio in maniera magistrale, ho iniziato a lavorare davvero meglio grazie a loro, è proprio cambiata la maniera che avevo di approcciarmi alla musica. Quando c’è molta passione e molto entusiasmo si lavora meglio. Il nuovo album è molto diverso in confronto al precedente. In “Tayi Bebba” l’immaginario che esce di più è quello dell’Africa, nonostante ce ne sia poca dentro. Per quel lavoro studiai e campionai molte ritmiche e strumenti dei posti freddi, tipo la Siberia trovando un’incredibile similitudine con le ritmiche dei paesi più caldi. Provai quindi ad esprimere un linguaggio legato all’Africa ma usando suoni proveniente da altri paesi. Il nuovo album invece è caratterizzato da una ricerca differente. “A Thousand Skies” è un album molto meno pretenzioso e più umile. Prima che nascesse mia figlia feci diversi sogni assurdi, in uno lei stava correndo e giocando con gli astri materializzati nella raffigurazione greco romana, c’era Andromeda, Orione, c’erano le Pleiadi. Ho voluto dedicarle questo album, rappresentandola come la sognai. “A Thousand Skies” è la colonna sonora di un breve viaggio tra le costellazioni conosciute fatto da una persona innocente e pura. Partire dal pianeta terra lasciandolo nelle condizioni in cui ci viviamo oggi e tornarci in un futuro dove molte cose sono cambiate. Anche il livello di ricerca è cambiato molto; per questo ultimo lavoro mi sono concentrato più su samples provenienti dal nostro paese ed ho voluto esprimere un altro immaginario, diverso appunto dall’Africa di “Tayi Bebba”. È già possibile ascoltare in anteprima un estratto – “Ar-Raqis” (dall’arabo “il danzatore”) – brano orientato sulla stella Arrakis, della costellazione del Dragone. È il momento di “A Thousand Skies” in cui la protagonista incombe in un’avventura con un dragone danzante.

Questo estratto è anche disponibile sul 12” che abbiamo voluto rilasciare come “album sampler” contenente altri tre brani del prossimo album che uscirà il 17 febbraio 2017.

Stai girando il mondo con i tuoi live? Quali sono stati i più indimenticabili? Quali sono i più pubblici più “diversi” e sorprendenti rispetto agli standard nazionali?
Il più indimenticabile al momento rimane il Mukanda Festival a Vico del Gargano. È un festival che ha ridato vita ad un paese intero. Ha portato una nuova cultura dove prima non c’era. Anche se solo per qualche giorno, ha migliorato la qualità della vita di tante persone. Il pubblico che mi ha colpito maggiormente invece l’ho trovato in Giappone. Sia a Tokyo che ad Osaka che a Nagoya e immagino che sia così anche nelle altre città. Incredibile! Un calore unico.

(5 novembre 2016)

 


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